Narciso, la bellezza senza amore

C’era una volta, un giovane dalla bellezza senza pari. Era bello, bellissimo come nessuno, e il suo nome era Narciso.

Narciso era figlio della ninfa Liriope e del fiume Cefiso; la fama della sua bellezza arrivava in tutti gli angoli del mondo e non c’era essere che non si innamorasse di lui. Giovani e vecchi, uomini e donne, persino gli Dei rimanevano estasiati alla visione del bel ragazzo e tutti facevano a gara per conquistare il suo amore.

Se Narciso passeggiava per i boschi, la Natura si colorava tutta e un dolce profumo si diffondeva nell’aria, gli uccellini cinguettavano gioiosi e anche i cervi rallentavano la loro corsa per ammirarlo.

Quando nacque, l’indovino Tiresia fece a sua madre questa profezia: Se Narciso si comporterà sempre correttamente, vivrà a lungo e bene. Se un giorno, invece, dovesse mai conoscere se stesso, firmerà la sua fine prematura.

Il senso di queste parole suonò oscuro e strano, almeno fino al loro compimento…

Dovete sapere che tutta l’avvenenza di Narciso non aveva riscontro nel suo carattere: era incapace di amare qualcuno e, divertito dalla strage di cuori che avveniva al suo passaggio, spesso si rivelava piuttosto cinico. Passava le giornate a oziare giocherellando a rincorrere cerbiatti con i suoi amici e, quando gliene capitava l’occasione, metteva in campo una crudeltà grande quanto la sua bellezza.

Molti sono gli esempi della sua cattiveria, ma ci fu un episodio in particolare che segnò l’inizio di catastrofici eventi…

Fra i molti che lo bramavano, c’era un giovinetto dolce e sensibile di nome Aminio. Questi, un giorno, armatosi di coraggio, si presentò davanti casa di Narciso e disse: – Dolce Narciso, io ti amo con tutto il cuore. Ti amo da morire, darei davvero la mia vita per amor tuo.

Narciso, allora, corse dentro casa e ne uscì con una spada fra le mani: – Ecco, te la regalo. – disse – Se è vero che mi ami da morire, perché non me ne dai subito prova? 

Aminio, innamorato come non mai, prese la spada e si trafisse il cuore, proprio lì, davanti agli occhi del suo amato. Quando stava per esalare l’ultimo respiro, forse preso da un guizzo di rabbia per la crudeltà di Narciso, invocò gli Dei chiedendo vendetta per quella sua morte ingiusta. Gli Dei accolsero questa preghiera e si proposero di aspettare il momento giusto per esaudirla.

Il tempo scorreva lento, e Narciso continuava nella sua vita senza amore, finché un giorno fu notato da una tenera creatura che viveva nei boschi. Era Eco, un’amabile ninfa che scontava una punizione tremenda per via di Era, la moglie di Zeus. Siccome Zeus si era invaghito della ragazza, la moglie aveva scagliato la sua rabbia di gelosia contro Eco e l’aveva condannata a ripetere per sempre l’ultima frase dei suoi interlocutori, assolutamente incapace di poter esprimere concetti suoi. In pratica, chiunque parlasse con Eco, sentiva in risposta le sue stesse parole. La giovane, timida e spaurita, si era rifugiata nella natura perché vergognata di questa sua triste sorte. Quando vide Narciso, rimase senza fiato: mai creatura gli era parsa più bella, mai il suo cuore aveva battuto così forte.

Eco cominciò a seguire Narciso in assoluto silenzio, nascondendosi fra le foglie, dietro i massi, all’ombra degli alberi. Più lo seguiva e più si innamorava, ma continuava a restare nascosta. Anche Eco era molto bella e – a differenza di Narciso – era capace di grandi sentimenti: quante parole d’amore gli avrebbe voluto dire! E quante carezze e coccole avrebbe donato! L’impossibilità di parlare con parole sue, però, la rendeva molto insicura, quindi la poveretta saziava la sua passione limitandosi a seguire i passi del bel ragazzo. Nemmeno a dirlo, lui non si accorgeva di nulla e continuava a giocare fra i sentieri del bosco incurante dell’amore segreto che aveva ancora una volta acceso.

Un giorno, forse preso dai suoi pensieri, Narciso si allontanò un po’ troppo dal gruppo dei suoi compagni d’avventure e ciò lo spaventò. Si guardava attorno smarrito, incapace di ritrovare il sentiero giusto per tornare dagli altri. Cominciò a gridare forte, sempre più forte, nella speranza che i suoi amici lo sentissero. Nulla, nessuno correva in suo aiuto e le sue grida si disperdevano fra le nuvole.

A quel punto, la piccola Eco si fece coraggio, uscì dall’ombra e si parò davanti al suo amore, con le braccia aperte e un sorriso dolcissimo.

Narciso, alla vista della ragazza, fece una smorfia di nausea e fuggì via schifato, come se avesse appena visto il più brutto dei mostri.

Immaginate la mortificazione di Eco! Scappò via anche lei alla ricerca di un rifugio sicuro. Restò lì a piangere d’amore e di umiliazione, con il pensiero sempre fisso al suo Narciso; si dimenticò di vivere finché non si consumò del tutto come una candela: di lei rimase solo la voce, quella stessa voce che, in certi luoghi della terra, ci rimanda ancora oggi le nostre parole.

Gli Dei, inteneriti per la dolorosa fine della deliziosa ninfa, decisero di compiere la vendetta invocata da Aminio e incaricarono Nemesi (la dea della vendetta, appunto) di dare la giusta punizione a quel giovane sì bello ma senza cuore.

Nemesi si mise sulle tracce di Narciso, finché non lo trovò nei pressi di una fonte, intento a bere lunghi sorsi d’acqua. La dea allora gli lanciò un incantesimo dei più tremendi: fece in modo che il ragazzo si innamorasse perdutamente della sua stessa immagine riflessa nello specchio d’acqua da cui stava bevendo.

Il colpo di fulmine fu immediato. A nulla valsero le insistenze degli amici per portarlo via da quel posto: Narciso, preso di un amore fortissimo e pazzo, non volle sentire ragioni e rimase fermo ad ammirare quel volto riflesso per un tempo infinito. C’è chi dice che cadde in acqua tentando di abbracciare la sua stessa figura, c’è chi dice che – come la ninfa Eco – smise di bere e mangiare fino a morirne pur di non staccare gli occhi da quel volto (il suo!) meraviglioso. Come fu di preciso, non sapremmo dirlo, ma sta di fatto che il bellissimo e crudele Narciso fu un giorno trovato morto.

Le ninfe dei boschi piansero la sua morte, soprattutto Eco che mandò in tutti i luoghi della terra l’annuncio del suo grande dolore. Nonostante fosse stato cattivo, le creature silvestri decisero di dare un degno funerale a Narciso e costruirono una pira su cui avrebbero bruciato il cadavere, così come si usava a quei tempi. Quando, però, andarono alla fonte per prendere il corpo, con loro sommo stupore non trovarono più il ragazzo ma uno stupendo e profumatissimo fiore bianco, che chiamarono Narciso. 

Questo nome deriva dal verbo greco che indica l’atto di stordire e, non a caso, se proviamo a odorare un narciso, il suo profumo ci inebria e stordisce, esattamente come una grande bellezza.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *