Insegnare a ordinare i giocattoli

Mio figlio ha imparato all’asilo una formula magica: “no more play, toys away”. In italiano potremmo tradurre: “non si gioca più per ora, mettiamo a posto i giocattoli”. L’espressione, felicissima, è studiata anche per sancire i tempi in cui viene suddivisa una giornata, all’asilo nido, ma anche alla scuola materna: gioco libero, attività guidate dagli animatori, merenda, pranzo, nanna. Sappiamo che i riti ben scanditi aiutano e rassicurano i bambini e il comando di tenere in ordine i giochi, del resto, è necessario . Anche a casa,

insegnare a ordinare i giocattoli è educativo.

Un po’ come le odierne tecniche di space clearing e decluttering, gettonatissime tra gli adulti, la quotidiana abitudine scandita da “No more play, toys away” aiuta a tenere libera la testa. Da mamma, ho constatato che un buon argomento per persuadere i bambini a mettere a posto la cameretta è di ordine pragmatico: “fare spazio” al gioco nuovo, riponendo i giocattoli già utilizzati, è molto più comodo che ritrovarsi a “nuotare” in un mare di oggetti.

La memoria infallibile dei bambini può essere d’aiuto.

I bambini, in modo particolare i più piccoli, ma non solo, ricordano oggetti e luoghi molto meglio degli adulti. Far tesoro di questa dote e gratificarla, mentre si fa ordine, può essere decisivo. Anche la preferenza per riti e abitudini è un argomento utile: ogni giocattolo tornerà nella “casa” che gli abbiamo assegnato, come sempre.

Collaborare con i bambini è il primo passo.

I bambini più recalcitranti saranno persuasi dai genitori soprattutto da buone pratiche. L’esempio di mamma e papà è fondamentale; uno sano spirito collaborativo concilierà l’animo dei più ostinati. Per mio figlio, la parola “insieme” è quella migliore per mettere in ordine e condividere l’impegno. Infine, le capacità e le motivazioni dei bambini non sono da sottovalutare:

“Metto in ordine, al suo arrivo la zia sarà contenta”.

Così dice ogni tanto mio figlio e di sua iniziativa predispone il suo spazio, la cameretta o la stanza dei giochi, all’attesa della persona cara. Quando lo fa, ho la sensazione che sono io a dover imparare da lui.

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